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La Wallace Records dà alla luce l’album di debutto degli UltraviXen, un lavoro energico e spudorato. Il trio violenta un Elvis sovrappeso e alcolizzato, carpendone l’anima e creando brani noise con un’impostazione rock ‘n’ roll ma votato alla decadenza: ricostruiscono un sound fregandosene degli stereotipi e anzi giocandoci in modo spregiudicato per generare degli agglomerati di rabbia-potenza-distorsione. Un rock ‘n’ roll morto e risorto, risvegliatosi mutante e lontano dalle luci del palcoscenico, più a suo agio avvolto in un frastuono di buio, fumo e alcol. Tipi sospetti che disgregano riffs ‘catchy’, orecchiabili per abitudine, con il consapevole martello del tempo che passa. Sono i lamenti segreti di una musica reietta e degradata che suona in solitudine pensando tanto poco alle conseguenze quanto alle cause: vomitando rumori del passato riconoscibili ma molto diversi. Si sa: non ha lo stesso sapore di quando è stato ingerito. E infatti la musica degli UltraviXen non fa lo stesso effetto del tipo di musica in cui affonda le radici, non fa venire in mente coppie di ragazzi che se la spassano ballando. Evoca invece immagini di persone che sono arrivate al punto di non interessarsi più a nulla di particolare, non conoscono il divertimento come non conoscono la curiosità, non più. Uccidere morire bere distruggere: non cambia nulla perché tutto è già cambiato a sufficienza da sembrare immutato. Credete che tutto sia già stato fatto, già stato detto, già stato suonato? Proviamo a rifare tutto di nuovo, per l’ennesima volta, ancora e ancora e ancora e ancora. Ad ogni passaggio si perde e si guadagna qualcosa. Gli UltraviXen l’hanno fatto. Sentite cosa ne è uscito.

Carlo "Fleo" Favero - Indieforbunny